Piccole Antille – Parte 1: Barbados e Saint Vincent & Grenadine

Ciao a tutti! Rieccomi. Questa volta vi racconto un viaggetto di 3 settimane nelle cosiddette “Isole Sopravento Meridionali” delle Piccole Antille. Precisamente: Barbados, Saint Vincent & Grenadine, Santa Lucia, Martinica e Dominica.

Lo dividerò in due post diversi, quindi in questo vedrete Barbados e St. Vincent & Grenadine e fra pochi giorni vi racconterò delle altre tre isole, così scriverò un po’ più del solito, visto che purtroppo i post sono sempre più rari. Eeeeh, ormai i viaggi diminuiscono e la fatica aumenta!! Chi me lo doveva dire. Chi me lo doveva dire.

Vi metto la mappa del Mar dei Caraibi (da www.arcgis.com/) sennò già lo so che non capite bene dove si trovano le isole:

Allora, le Piccole Antille sono quelle che formano come un arco ad est, verso l’Atlantico. Sono giunto alle Barbados, l’isola più orientale. Da lì sono andato all’arcipelago di St. Vincent e Grenadine e sono risalito fino alla Dominica (non la Repubblica Dominicana) passando per Santa Lucia e Martinica.

Nonostante la vicinanza, ogni isola-nazione ha una sua storia particolare ed anche dal punto di vista naturalistico sono abbastanza diverse.

Originariamente queste isole erano abitate dagli Arawak. A cavallo del primo e secondo millennio i Caribe (da cui viene il nome ‘Caraibi’) li rimpiazzarono quasi completamente, facendoli fuggire verso nord-ovest.
Le popolazioni locali furono in seguito decimate o completamente annientate dai barbari conquistatori europei, che comunque per circa un secolo dal loro arrivo non presero in gran considerazione queste isole, essendo più interessati ai luoghi dove estrarre o depredare metalli preziosi.
Nel ’600 fu invece intuito il loro potenziale come luoghi ideali per le piantagioni, soprattutto di zucchero. Passarono quindi sotto il dominio dalle potenze europee, soprattutto Gran Bretagna e Francia, con isole che rimbalzarono più volte sotto il controllo dell’una o dell’altra in seguito a battaglie sul posto o a guerre e trattati nel Vecchio continente. Come forza lavoro furono portati gli schiavi dall’Africa.

La storia di queste isole è anche legata alla pirateria nei Caraibi, che si si sviluppò durante il ’600, quando gli spagnoli avevano il monopolio del commercio con le proprie colonie nel Nuovo Mondo. Trovandosi sulla rotta delle navi spagnole che da Panama tornavano in Spagna, ed essendo piene di baie e insenature dove nascondersi e fuggire, erano il luogo ideale per gli arrembaggi.
I pirati erano in maggioranza ex marinai inglesi, francesi e olandesi che fuggivano in questo paradiso tropicale dalle terribili condizioni di vita sulle proprie navi e dalle ristrettezze economiche in terra.
Siccome nel Vecchio continente le loro nazioni erano spesso in guerra con gli spagnoli, erano all’inizio ben visti in patria, se non proprio autorizzati, come ad esempio i corsari che avevano ottenuto una “lettera di corsa” per depredare legalmente. Quando però anche inglesi francesi e olandesi svilupparono interessi commerciali in queste zone, i pirati non ebbero più nessun appoggio. Diventarono quindi pirati veri e propri, contro tutto e tutti. Iniziarono a espandersi anche nel resto del mondo, in Africa occidentale, nel Madagascar, nell’Oceano indiano e in effetti è in Africa, nell’anno 1700 a largo di Capo Verde, che viene documentata per la prima volta una bandiera pirata, il Jolly Roger, che diventerà un simbolo d’identità per questa sorta di comunità transnazionale libertaria.
Nel 1720, nel periodo d’oro, ci sono circa 2000 pirati che scorrazzano per i mari del mondo, ma di lì a poco non poterono competere con l’agghiacciante monotona efficienza delle nascenti Stato-nazioni. Nel 1723 i pirati sono già scesi a un migliaio. Pochi anni dopo sono meno di duecento e quasi tutti i famosi capitani pirata sono ormai stati uccisi in battaglia o impiccati.
Un destino comunque ben noto ai pirati che erano consci di aver imboccato una via senza uscita. E in effetti più che i bottini e le battaglie, l’indiscutibile fascino dei pirati, allora come oggi, proviene da questa loro estrema ricerca di libertà, dallo straordinario coraggio della scelta di evadere da anguste imposizioni economiche e morali, verso la deriva di un’esistenza ribelle e autodistruttiva, che si ­sbeffeggiava di ogni autorità, di ogni convenzione e persino della morte.

 

Prima tappa: Barbados, l’isola più ad est e per questo motivo anche la più isolata rispetto alle altre. E’ lunga circa 35 km e larga 23. Tutt’intorno all’isola corre quasi ininterrotta una cintura di splendide spiagge. Le spiagge sul lato occidentale, verso l’Atlantico, sono più selvagge, con un mare blu scuro e onde grandi, molto amate dai surfisti. Sul lato sud-orientale, che affaccia sul Mar dei Caraibi, le spiagge sono bianche e idilliache, con il classico mare turchese caraibico.

Fu occupata da dagli inglesi nel 1625 e a differenza delle altre isole non c’erano già più indigeni presenti, i pochi sopravvissuti all’incredibile ferocia degli europei erano probabilmente fuggiti altrove.
In pochi decenni la foresta che copriva l’intera isola fu distrutta per dar posto alle piantagioni, soprattutto di zucchero. Negli ultimi trent’anni invece, siccome la richiesta mondiale di zucchero è calata, la foresta sta riformandosi nuovamente nelle zone interne.
I lavoratori delle piantagioni erano schiavi dall’Africa occidentale. L’integrazione fra la popolazione bianca e quella nera avvenne abbastanza velocemente, già prima dell’abolizione della schiavitù, grazie sopratutto al fatto che dalla fine del ’700 le scuole parrocchiali accettavano i figli degli schiavi come studenti e già agli inizi dell’800 c’erano scuole miste, a differenza ad esempio degli Stati Uniti dove la segregazione razziale nelle scuole è stata dichiarata illegale solo nel 1954 (ma, si sa, quello è il paese delle libertà).
Ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1966.

 

E vedete che alle fermate dell’autobus non c’è bisogno di mettere pannelli con foto di palme e mare, come quelle per alleviare la depressione nelle grige metropoli nostrane. Basta lasciare vuoto.

 

Barbiere arancione. Ovviamente alle Barbados c’è un gran bisogno di barbieri! :D

 

Barbadoregni

 

Casa

 

Bambina

 

Tartaruga di mare.

 


Madre e figlia

 

Qui siamo a Kingstown, la capitale di Saint Vincent e Grenadine, un arcipelago di 32 isole, più un centinaio di isolotti e atolli. Solo 7 isole sono abitate. Saint Vincent è l’isola più grande, con circa 100.000 abitanti, di cui 25.000 nella capitale. Segue Bequia con circa 4000 abitanti e Union Island con quasi 3000.

Le potenze europee non conquistarono subito l’arcipelago, sia per un certo disinteresse, sia per la forte ostilità dei Caribe.
Nel 1675 una nave di schiavi africani fece naufragio vicino Bequia. I sopravvissuti si unirono alla popolazione locale creando una sorta di nuova etnia, i Caribe neri, anche detti ‘Garifuna’ e queste isole saranno in seguito anche la scelta preferita degli schiavi in fuga dalle isole vicine.
Nel 1719 i francesi riuscirono a stabilirvisi e nel 1763 passò sotto dominio inglese. Oltre alle guerre con i francesi, che riuscirono per alcuni anni a riconquistare il potere, gli inglesi dovettero combattere diverse battaglie con l’indomabile popolazione locale che fu però sconfitta definitivamente verso la fine del ’700 e in gran parte deportata in schiavitù su un’isola a largo dell’Honduras.
Ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1979.

 

Persone a St.Vincent. Come in Giamaica, la cultura Rasta è molto forte. La lingua ufficiale è l’inglese, ma in realtà la gente parla una sorta di dialetto inglese con influenze spagnole, francesi, portoghesi, indigene e africane.

 

Ragazza con figlia.

 

Scolari.

 

E a proposito di pirati, diverse scene del film “Pirati dei Caraibi” sono state girate alla baia Wallylabu di Saint Vincent, ad esempio l’entrata in scena di Johnny Depp che affonda direttamente sul pontile.

 

Il porto principale di Bequia, l’isola più grande dell’arcipelago dopo St. Vincent.

 

Una spiaggia di Bequia.

 

Questo bar è il ritrovo degli ultimi cacciatori di balene al mondo. Infatti la comunità di Bequia è fra le 4 comunità al mondo a cui è ancora permesso di dare la caccia alle balene dall’International Whaling Commission. Le altre tre sono intorno al circolo polare Artico. E’ invece completamente illegale quella effettuata in grande scala e con mezzi iper-tecnologici dal Giappone.
E’ probabile che l’anno prossimo il permesso verrà revocato per sempre, dato che la comunità non ne ha più davvero bisogno, potendo vivere con altri mezzi, ad esempio il turismo. Al momento la caccia è consentita dal 1 febbraio al 1 aprile. Non si possono superare i 3 esemplari l’anno e non si possono utilizzare mezzi tecnologici.

 

Questo pescatore ha catturato l’ultima balena, due anni fa.

 

Come vedete, la barca utilizzata per la caccia non è molto grande. L’equipaggio è formato da 7 pescatori. La balena viene avvistata da una collina in alto, dopodiché si corre giù alla barca e si cerca di raggiungerla utilizzando la vela. La si cattura con un arpione attaccato ad una lunga corda che viene poi attorcigliata intorno ad un pilone sporgente nella parte posteriore della barca. Dopo un’estenuante lotta per non farsi disarcionare, ci si avvicina e la si uccide con un altro arpione.

 

Una volta uccisa, la balena viene portata su quell’isoletta e viene fatta a pezzi.

 

Questi pescatori hanno invece catturato uno squalo.

 

Una baia di Bequia. Sta diventando anno dopo anno una delle tappe preferite per chi viaggia in barca a vela o in yacht in queste zone.

 

Ok, fine della prima parte. Fra un paio di settimane vi racconterò Santa Lucia, Martinica e Dominica. A presto! :-)

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