Almaty (Kazakistan), Kyrgyzstan e Tajikistan

Salve cari lettori! Dopo il subcontinente indiano il viaggio continua nell’Asia centrale, ovvero quella regione che comprende cinque Stati dell’ex Unione Sovietica: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan (dove però non andrò perché è troppo complicato avere il visto).

Questi Stati, i cui nomi non ci risultano familiari perché sono stati creati dall’Unione Sovietica quando erano già inglobati in essa, erano abitati in precedenza in gran parte da popolazioni nomadi o seminomadi che non avevano veri e propri confini.
Al crollo dell’Unione Sovietica sono diventati indipendenti e da allora la loro storia è abbastanza simile. Escluso il Kyrgyzstan sono stati tutti guidati per decenni da un qualche già noto dirigente del partito comunista locale, il quale ha cambiato nome al partito ed ha promosso un culto della personalità che nel caso del Turkmenistan ha raggiunto il ridicolo, con statue dorate della mamma del dittatore Niyazov sparse un po’ ovunque, tipo quella della mamma del megapresidente di Fantozzi Catellani.
Quasi ovunque qualsiasi opposizione politica è stata messa a tacere con feroce repressione, torture e omicidi, e quasi ovunque sono esplosi conflitti etnici e religiosi che erano rimasti sopiti (in Tajikistan poco dopo l’indipendenza si è arrivati persino ad una guerra civile che ha provocato oltre 60.000 morti, in Kyrgyzstan nel 1990, già prima del crollo dell’Unione Sovietica, e poi nel 2010 ci sono stati scontri etnici fra kirghisi e uzbeki che hanno provocato almeno un migliaio di morti, soprattutto fra gli uzbeki).
A volte le repressioni e le violazioni dei diritti umani hanno raggiunto livelli agghiaccianti, come ad esempio nel massacro di Andijon in Uzbekistan del 13 maggio 2005, quando una manifestazione in gran parte pacifica è stata soffocata nel sangue, lasciando quasi 1000 morti fra i civili.
Queste notizie di solito non hanno molto riscontro sui media occidentali sia perché non combaciano con la storiella che vuole gli Stati dell’ex Unione Sovietica finalmente liberi, felici, prosperi e democratici, sia perché gli Stati Uniti hanno sempre preferito chiudere un occhio di fronte a queste continue violazioni dei diritti umani in cambio soprattutto di un appoggio logistico e strategico per la guerra in Afghanistan, oltre ai soliti interessi economici.

In contrasto però si respira un’aria molto tranquilla e la gente è molto ospitale. L’unico vero problema per chi viaggia è che pochi parlano inglese e di conseguenza gli spostamenti sono un po’ difficoltosi. Per i vegetariani (come me) a volte è un po’ complicato ordinare qualcosa da mangiare nei menù cirillici, tantopiù che la cucina locale fa grandissimo uso di carne.

Metto le foto e vi racconto via via.

Da Delhi sono volato ad Almaty in Kazakistan. Il volo doveva durare solo 3 ore, ma è durato oltre 7 ore per via del blocco dello spazio aereo col Pakistan dovuto alle solite scaramucce riguardanti quel cacchio di Kashmir. L’aereo ha dovuto fare quindi un giro larghissimo tutt’intorno.
Il Kazakistan è una nazione molto vasta, nota soprattutto per essere la pseudo-patria di Borat. In realtà almeno Almaty risulta molto diversa dalle descrizioni da Borat. E’ una città moderna e vivace. Nuovi edifici stanno rimpiazzando quelli sovietici e le strade principali sono piene di locali. Anche se non è più la capitale dal 1997 resta la città principale dal punto di vista dell’economia e della cultura. E’ l’unica città che ho visitato del Kazakistan.

 

All’interno di una chiesetta ortodossa, affianco alla Cattedrale dell’Ascensione. La maggioranza della popolazione in Kazakistan è musulmana mentre circa un quarto è cristiano-ortodossa per via della comunità russa.

 

Un monumento di guerra con sullo sfondo la cattedrale ortodossa dell’Ascensione. Durante la seconda guerra mondiale gran parte della produzione bellica venne spostata in queste regioni, lontano dal fronte. Qui vennero velocemente e in gran segreto costruiti molti dei carri armati che poi effettueranno la controffensiva che libererà l’Europa dal giogo del nazismo.

 

Da Almaty sono giunto via terra in Kyrgyzstan, che si trova poco a sud. Il Kyrgyzstan è un Paese in gran parte montuoso e viaggiando per le strade si incontrano spesso scenari spettacolari, catene montuose innevate, fiumi e laghi.

 

Un cimitero.

 

Dopo aver visitato la capitale, Bishkek, dove però non c’è molto da vedere, ho effettuato un tour a cavallo di tre giorni per raggiungere il lago Song Kul. Oltre a me c’era un signore americano, la ragazza che ha organizzato il tour e la guida. La prima sera abbiamo fatto sosta in una casa di contadini.

 

All’interno della casa. La loro economia è molto essenziale. Il fornello per cucinare funge anche da stufa che riscalda la casa. Quasi tutto ciò che si mangia viene prodotto direttamente da loro.

 


(Video)
Il secondo giorno del tour è stato molto impegnativo soprattutto per via del freddo. In effetti avevo letto che in aprile fa ancora troppo freddo per quel tour ma la a ragazza che l’ha organizzato mi aveva assicurato di no. Se almeno mi diceva la verità mi preparavo meglio, invece mi sono trovato a 3400 metri senza nemmeno guanti e sciarpa. Il momento più drammatico è stato quando mentre passavamo su una dorsale il cavallo dell’organizzatrice si è accasciato e la guida ha deciso che era troppo pericoloso continuare a cavallo perché stavamo affianco al precipizio. Così abbiamo proseguito a piedi e siccome aveva nevicato molto in alcuni punti la neve mi arrivava fino alle ginocchia. Stavo con scarpe da ginnastica e jeans, che ovviamente si sono inzuppati. Quella dorsale non finiva mai, stavo veramente al limite delle forze, un altro po’ e vedevo uno yeti. Ma anche dopo quando sono risalito sul cavallo non è stato facile perché la neve gli arrivava a volte fino alla pancia e quindi aveva difficoltà a camminare, scivolava e sobbalzava spesso ed era una situazione stressante.

 

Finalmente siamo giunti al lago Song-Kul, che si trova poco oltre i 3000 metri ed era ancora completamente ghiacciato. Faceva già un po’ più caldo e non c’era più quel vento gelido.

 

Casa dolce casa! Lo yurt, la tipica abitazione nelle montagne del Kyrgyzstan. Qui abbiamo dormito la seconda notte. Di solito gli yurt sono formati da una singola tenda. In questo caso la tenda centrale fungeva da cucina e soggiorno e le due laterali da camere da letto.

 

Lo scenario intorno.

 

Un altro yurt.

 

La sera prima mi era venuto il mal di gola e avevo brividi di freddo, credo per la febbre visto che lo yurt era molto caldo all’interno. Siccome dovevamo ripassare di nuovo per la dorsale a 3400 metri ero preoccupato di arrivarci in quelle condizioni, soprattutto se avrebbe fatto lo stesso freddo. Invece per fortuna il giorno dopo stavo già bene ed era una giornata relativamente calda. Questo è un tratto della dorsale del giorno prima, la neve era scesa di molto.

 

Paesaggio.

 

Un distinto vecchietto a cavallo.

 

Signori giocano a scacchi al mercato di Osh, la seconda città del Krygistan. Questo mercato si trova qui da oltre 2000 anni ed è stato uno dei maggiori mercati della Via della Seta, ovvero quel reticolo di sentieri commerciali dalla Cina a Roma, con diramazioni fino in India, Arabia, Africa orientale e Sud-est asiatico e di cui questa regione era il cuore.

 

Persone al mercato.
“Dekà ma k s mettn ‘n cap sti signori?”
E’ il cappello locale. Non vi permetto di fare ironie su usi e cappelli degli altri popoli su questo blog.

 

Persone pregano sul sentiero che affianca la Sulaiman-Too, una montagna che sovrasta la città ed è considerata sacra da tempo immemorabile. E’ inoltre secondo molti storici la “Torre di pietra” che segnava il punto centrale della Via della Seta.
In questa foto le persone pregavano di fronte ad una piccola bassa caverna. Le donne vi entravano e uscivano quasi strisciando perché è di buon augurio per la maternità. In un altro punto del percorso le persone si lasciavano scivolare su una roccia lisca per ottenere buona salute.

 

Sparsi nelle caverne della montagna Sulayman ci sono petroglifi che risalgono all’età del bronzo. Questo si trova appena all’interno del museo di Sulaiman-Too, creato scavando all’interno della roccia.

 

Madre e figlia.

 

Dal Kyrgyzstan sono giunto via terra a Khujand in Tajikistan, la più povera e piccola delle cinque nazioni. E’ un Paese molto montuoso, in media ci si trova sui 3000 metri. Quello nella foto è il presidente in carica fin dal crollo dell’Unione Sovietica. Ma non si dica che non c’è democrazia. Le strade sono tappezzate con la sua immagine, è difficile fare 200 metri senza beccare una sua foto.

 

Da Khujand sono giunto con un taxi collettivo (il mezzo che sto usando più spesso da queste parti) alla capitale Dushanbe, attraverso una strada di montagna tanto spettacolare quanto pericolosa. Questa è la libreria nazionale. Negli ultimi 10 anni sono sorti moltissimi edifici sulla via principale della città e nel parco intorno. Anche se a volte un po’ pacchiani, sono comunque belli ed è molto piacevole e rilassante passeggiare per il suo centro.
Tutte le nazioni del Centro Asia stanno avendo una ripresa economica in questi anni, dopo il collasso subito negli anni seguenti il crollo dell’Unione Sovietica. In particolare stanno iniziando a sfruttare le varie risorse naturali di cui sono ricchi. Nel caso del Tajikistan si tratta soprattutto dell’acqua.

 

Signore fanno il pane.

 

Hisor, una cittadina che è stata un importante punto di riferimento sulla Via della seta.

 

Colori al mercato di Dushanbe.

 

Al mercato una signora mi guardava in una maniera strana. Ma ho capito chi era. E’ la Signora Morte ed era venuta per me. Ora prendo il cavallo più veloce che c’è (mhm, insomma) e fuggo via da lei a…
Non so se avete capito a quale storiella mi riferisco ma ne parleremo nella prossima puntata. Nel frattempo faccio qualche gesto scaramantico perché non vorrei portarmi sfiga da solo.

Varanasi (India)

Salve amici! Questa volta vi racconto di Varanasi, la città più sacra degli induisti. E’ anche chiamata col suo vecchio nome Kashi o col nome inglesizzato Benares ed è una delle città più antiche al mondo.
Nonostante sia stata distrutta diverse volte, tanto che quasi tutti gli edifici che ci sono ora non sono più vecchi di qualche secolo, sono sopravvissuti riti millenari che si sono tramandati fino ad oggi. E in effetti la magia della città sta proprio in questo ed è sicuramente fra i luoghi che restano maggiormente impressi nella memoria, anche se a volte ci si trova in situazioni che possono turbare, come quando ci si imbatte nelle pire funerarie. C’è inoltre un traffico claustrofobico con un suono perenne di clacson.

La città si affaccia sulla riva occidentale del Gange tramite i cosiddetti “ghat”, ovvero gradinate o scalini che portano al fiume. Ce ne sono in totale 88 ed ognuno ha una sua qualche caratteristica che lo rende diverso dagli altri.

 

Iniziamo dal ghat più “inquietante”, ovvero quello delle cremazioni, con le pire che ardono interrottamente 24 ore su 24.
Infatti, per gli induisti è propizio venire cremati a Varanasi e di conseguenza molti defunti vengono portati qui. Inoltre, si crede che morire a Varanasi permetta di ottenere la “moksha”, ovvero di fuggire al ciclo delle rinascite e per questo motivo molti anziani da tutta l’India si trasferiscono a Varanasi in attesa della morte.

 

Il ghat si chiama Manikarnika ed è stato fra i primi che ho visitato, non intenzionalmente. Mi sono ritrovato quindi improvvisamente a girare fra le pire per la cremazione. Da vicino si vedono chiaramente i corpi e mi ha fatto un po’ impressione. Altri corpi in attesa di essere cremati vengono messi sulla scalinata, coperti da ghirlande di fiori arancioni.
Non potevo fare foto (a meno che non facevo una donazione francamente esagerata), ma comunque non mi sentivo nemmeno a mio agio a farle, le ho fatte in seguito da una barca.

 

Una pira. Ho tagliato la parte destra della foto perché si vedeva una parte del corpo ed era quindi un po’ impressionante oltre che forse irrispettoso.

 

Più alta è la casta del defunto, più in alto viene posizionata la pira.

 

Varanasi è la città di Shiva, probabilmente la più antica e popolare divinità indù. I membri di alcune sette shivaiste vanno in giro nudi o seminudi, coperti solo di una cenere grigio-blu.

 

Un santone.

 

A volte sono completamente nudi.

 

Se già nel resto dell’India la religiosità si respira ovunque e ci si ritrova spesso in mezzo a cerimonie o feste, a Varanasi è praticamente vita quotidiana. La città ha oltre 700 templi, però il luogo maggiormente venerato è il fiume Gange. Sin dal sorgere del sole i fedeli si recano sulla riva a pregare e a bagnarsi nelle sue acque, considerate sacre. Ogni sera, dopo il tramonto, ci sono due cerimonie col fuoco, chiamate Aarti, in onore del fiume. E ogni sera ci sono moltissimi spettatori, anche perché Varanasi è meta di pellegrinaggio degli induisti, i quali sentono il dovere di visitarla almeno una volta nella vita.

 

Questa è la cerimonia aarti all’Assi Ghat, l’ultimo Ghat verso sud.
Finita la cerimonia siamo andati tutti a salutare “Madre Gange”, chi bevendone un po’ d’acqua, chi (come anche me) donando una fiammella che è andata via galleggiando fra tante altre fiammelle nella notte.

 

Questa invece è la cerimonia al Dashashwamedh Ghat, dove confluiscono più spettatori, posizionati soprattutto su barche di fronte al ghat.

 

Ho messo un breve video su Youtube di questa cerimonia: Video cerimonia Aarti

 

Il Jain ghat, con il simbolo giainista della svastica. Anche per i giainisti Varanasi è una fra le città più sacre.

 

Il Munshigat, dove da alcuni anni quell’edificio a sinistra è stato convertito in un hotel di lusso.

 

Persone sui ghat.

 

Il Kedar ghat, su cui si trova un tempio induista.

 

Persone che passeggiano. Non è facile muoversi per la città perché c’è sempre molto traffico e spesso anche muovendosi a piedi bisogna camminare fra le strade trafficate. Ho caricato un altro breve video su Youtube che fa vedere il traffico: Video traffico Varanasi.

 

Bancarella.

 

Ragazzina musulmana.

 

Famiglia.

 

Strana.

 

Fra i vicoletti della città vecchia.

 

Persone nella città vecchia.

 

La tipica mucca che passeggia per le strade indiane, in questo caso già abbastanza stretta.

 

A una decina di chilometri da Varanasi, luogo fra i più sacri per gli induisti e i giainisti, si trova uno dei luoghi più sacri per i buddisti: Sarnath. E’ al parco dei cervi di Sarnath, dove c’è ora quel grosso stupa, che Buddha pronunciò nel 527 a.C. il suo primo sermone ai suoi 5 amici e discepoli, poco dopo aver raggiunto l’illuminazione. Quel sutra è alla base di tutta la filosofia buddista e spiega le quattro nobili verità, ovvero che esiste il dolore, c’è un motivo per cui c’è il dolore (ovvero il desiderio e l’attaccamento), si può sconfiggere il dolore eliminando il desiderio e l’attaccamento e infine come riuscire a farlo (con il il nobile ottuplice sentiero).
Già pochi secoli dopo la morte di Buddha questo luogo divenne molto importante, con diversi monasteri e templi buddhisti di cui restano oggi solo rovine. E’ qui che è stato trovato il capitello coi quattro leoni che è diventato il simbolo dell’India.

 

E infine, l’avete riconosciuto, il Taj Mahal ad Agra. L’avevo già visitato ben ventitré anni fa… ehhh gli anni passano.
Fra i più grandi capolavori architettonici al mondo, è un mausoleo costruito fra il 1632 e il 1653 su richiesta del moghul Shah Jahan per la sua moglie persiana Mumtaz Mahal, morta di parto, di cui era innamoratissimo. Circa 20.000 persone hanno lavorato alla sua costruzione.

 

Ci sarebbero anche altre foto del Taj Mahal e di Delhi, dove mi trovo ora, ma direi basta così. Saluti dal subcontinente indiano e ci risentiamo fra due o tre settimane per qualcosa di completamente diverso…